di Federico Maria Fiorin
È interessante ed istruttivo osservare il comportamento delle persone. Ogni azione che facciamo è un atto politico in senso lato, e come tale manifesta la nostra cifra dell’essere cittadini all’interno di un contesto comunitario strutturato, che modifica e adegua le proprie regole in funzione dell’epoca storica e delle persone che la attraversano.
Scendere le scale di casa facendo rumore o fischiando; azionare il tagliaerba o l’aspirapolvere alle 6 di domenica mattina; gettare carte per terra o non raccogliere le deiezioni dei nostri amici animali; non rallentare per lasciar attraversare un pedone o andare in bicicletta in compagnia occupando l’intera carreggiata; non rispondere ad un saluto o non cedere il posto ad una persona anziana su un mezzo di trasporto pubblico, sono tutti piccoli gesti quotidiani che ci identificano, che parlano di noi, del nostro grado di civiltà.
Capita così che nel corso di questa estate, particolarmente afosa qui da noi, e terribilmente dolorosa in altre latitudini, molte persone abbiano utilizzato le casette dell’acqua per rifornirsi di acqua fresca. Niente di male, ovviamente: il servizio sembra molto apprezzato dai cittadini, che a costi decisamente contenuti possono disporre di un prodotto fresco e controllato sotto il profilo igienico-sanitario. Qual è il punto allora?
La criticità che si rileva osservando il comportamento delle persone risiede nel fatto che spesso, come suggeriva Nietzsche, “di tutto conosciamo il prezzo, di nulla il valore”.
Mi è successo, almeno in un paio di circostanze, di trovare persone con carichi di 30 e 36 bottiglie da riempire, assolutamente incuranti del fatto che magari dopo di loro c’erano altre persone che dovevano riempire le più consuete 6 o 12 bottiglie. Desideroso così di avviare un dialogo civile, con chi già nel modo di comportarsi esprime un alto grado di inciviltà, mi avvicino e dico: “vedo che ha molta sete?”. Il tizio, con uno sguardo per nulla conciliante, con tono di voce infastidito, ma soprattutto con assoluta assenza di senso di responsabilità che si somma ad un incolmabile vuoto di fantasia, mi risponde “guarda che non la sto rubando, la sto pagando”. Ecco, penso tra me, di tutte le risposte che mi potevi dare, proprio la più stupida sei andato a scegliere!
Avresti potuto dirmi che stavi facendo rifornimento anche per tua cugina che ha difficoltà a muoversi, oppure che alla sera avevi una festa in casa con una ventina di invitati, o forse anche, e questo ti avrebbe di gran lunga qualificato, chiedermi se avevo fretta e offrirti di cedermi il posto. E invece no, l’hai buttata sul prezzo: siccome non sto rubando niente, ma sto pagando una fornitura, ho il diritto di farne l’uso che meglio credo e per la quantità di cui ne ho bisogno; non mi interessa niente se poi tu potresti rimanere senza, o sei hai fretta; sto esercitando un mio diritto, se non mi volevi incontrare era sufficiente che tu fossi venuto prima di me!
Questo atteggiamento apre la riflessione su un tema etico: l’uso di un bene pubblico può avvenire in modo indiscriminato anche a danno degli altri componenti della comunità? Le casette dell’acqua, che sono strutture pubbliche, al contrario dei supermercati, non offrono sul mercato un bene di consumo, ma erogano un bene primario che come tale non può essere di proprietà di nessuno, ma deve invece essere equamente condiviso da tutti.
Quindi in virtù di questa loro funzione pubblica, queste strutture richiedono che la persona si approcci a loro con l’atteggiamento non del consumatore (in ragione della mia capacità di spesa, ho il diritto di prendere quello di cui ho bisogno), ma del cittadino (appartengo ad una comunità, ho il dovere di farmi carico del bene di tutti). Ovviamente questo atteggiamento richiede un alto grado di responsabilità, che come si vede, nei fatti spesso è assente.