domande fondamentali dell’uomo in un capolavoro del regista Ingmar Bergman
di Antonio Boscato
Poco tempo fa ho rivisto sul canale YouTube un film che già avevo presente nella mia memoria perché è uno dei rari film che portano alla riflessione in particolare quando l’età ti spinge a farti domande sul “dopo” e quale significato dare ad una vita per molti aspetti ormai avviata a compimento. Parlo qui dell’opera Il Settimo sigillo del regista Ingmar Bergman. Avverto, non è un film da distensiva serata televisiva ma, per chi ha la pazienza di seguirlo con attenzione, equivale a un corso di filosofia e teologia insieme.
Vi è mai capitato di incontrare la morte? Non come nelle espressioni “sono stato sfiorato dalla morte”, quando per un soffio ci si salva da un incidente mortale, oppure l’abbiamo vista più prossima quando viviamo la scomparsa di una persona cara. No, incontrare ad un certo momento della vita la morte come personaggio reale in atteggiamento per forza un po’ lugubre ma che ti parla direttamente rivestito di un abito monacale e, come diremmo noi, “in carne ed ossa”. È quello che avviene nella prima scena del film di cui parliamo. Questo, alla pari degli altri film dello stesso regista, pur ambientati in vari contesti, pone quelle domande “eterne”, che, pur con vari accenti, ogni uomo, ma forse il cristiano più di altri, ha presente. Tuttavia, prima di entrare nel vivo della riflessione introdotta dal film, vorrei premettere una breve annotazione storica.
La familiarità della morte nel passato (non proprio non così lontano) È risaputo che nel medioevo la morte era una presenza frequente nella vita quotidiana. Si moriva presto, anche in giovane età per malattie e guerre e per giunta c’era una grande mortalità infantile. Oltretutto nel secolo XIV, quando il regista colloca il racconto, la Peste Nera stava spazzando via il 30% della popolazione europea.
Ebbene nella “grande” (non è una esagerazione) arte medievale la morte è presente in due espressioni artistiche. Frequentemente all’entrata o all’uscita della chiesa era rappresentato il Giudizio Universale, un quadro che ricordava al popolo ciò che era il suo destino.Qui faccio memoria di due opere a noi più vicine: i mosaici della Basilica di Santa Maria Assunta a Torcello e l’affresco di Giotto nella cappella degli Scrovegni di Padova. Dopo la morte tutti sono attesi dal giudizio che separerà i malvagi, tormentati in modo atroce da mostruosi demoni, dai giusti che entrano nella gloria del cielo con Gesù, Maria e tutti i Santi.
Per lo più sulle parti esterne di alcune chiese del Nord Italia, si trova rappresentata la “danza macabra”: una processione tra viventi e defunti già scheletri che dietro alla morte (raffigurata pure essa da uno scheletro) si avviano alla tomba. Le danze macabre avevano lo scopo di ricordare che alla fine la morte attende tutti, papi, vescovi, re e nobili assieme alle persone più umili in una processione verso il destino di ogni uomo. Anche il film in questione si chiude con una danza macabra.
Cosa è cambiato su questa materia oggi?
Oggi la morte appartiene ai morti non ai vivi. Sentiamo come attualmente molto diffuso il richiamo con cui Epicuro già nel 300 A.C. esorcizzava la morte: essa non è nulla per noi, perché, quando ci siamo noi, la morte non c'è e, quando c'è la morte, non ci siamo noi. Che la morte sia un tabù semplicemente ignorato oggi è riconosciuto come caratteristica del nostro tempo da tanti studiosi che si occupano della contemporaneità: della morte non si parla, sembra esistere solo nei titoli dei giornali nei casi eccezionali. Un piccolo test: in nessuna epigrafe si trova il verbo “è morto” (tabù), semmai “ci ha lasciato” o simile.
Oggi le persone che magari dopo i 70 anni continuano a frequentare la chiesa possono ricordare il mutamento che la liturgia e la predicazione hanno sviluppato sul tema della morte anche nei momenti “dedicati” (i funerali). Al richiamo “antico” dei Novissimi cioè “morte, giudizio, inferno, paradiso”, tipico della predicazione non solo medievale, ma anche non così lontana, si preferisce parlare di una fede incarnata nel tempo della vita, vista solo come aiuto immediato e positivo. Si predica più il Regno di Dio come costruzione del presente che il giudizio alla fine della vita che certamente può spaventare o impressionare.
Altro mutamento è visibile nel rito della imposizione delle ceneri ad inizio della quaresima. La formula di una volta: “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai" è sostituita dalle parole evangeliche: “Convertiti e credi al Vangelo". Oggi le “prediche” poco richiamano sulla criticità di ogni vita “che deve rendere conto” a Qualcuno, ma insistono giustamente sulla misericordia, sulla gioia del Vangelo e sull’impegno “qui-ora”.
A testimonianza che una volta si insistesse in maniera quasi ossessiva sul “rendere conto della vita”, i più anziani ricordano le predicazioni, chiamate “quaresimali” (perché si tenevano durante la quaresima da frati che si spostavano in varie parrocchie) e le cosiddette “missioni”. Ho trovato una massima con cui si apriva una di queste prediche missionarie: “Vita breve, morte certa, del morir l’ora è incerta, un’anima sola si ha, se si perde che sarà; finisce tutto finisce niente l’eternità non finisce mai, se perdi il tempo che ora hai, alla morte che farai?” Chiaramente siamo ancora in pieno del “memento mori” medievale per cui su questa terra: “Vanitas vanitatum et omnia vanitas”.
Ritorniamo ora al film
È stato girato dal regista svedese nel 1957, quando l’umanità era uscita da poco dalle tragedie della prima parte del secolo (la Shoah, la seconda guerra mondiale, l’esplosione delle due atomiche in Giappone). Il regista Ingmar Bergman, come già ricordato autore di autentici capolavori, nelle sue opere tratta in particolare i due grandi dilemmi dell'esistenza umana: l'angoscia spirituale e la complessità dei rapporti affettivi.
Per quanto concerne il suo rapporto con la religione, il regista è ateo, ma un ateo tormentato. Esprime il dolore di chi non crede, ma sente la mancanza di Dio. Si può dire di lui che è un “ateo religioso” (termine usato per qualche autore anche oggi?). Bergman inoltre non ha mai fatto mistero dell’importanza che per lui ha avuto la religione e non poteva che essere così in quanto è figlio di un pastore luterano, cresciuto in un ambiente educativo caratterizzato da un cristianesimo protestante, rigido che ha lasciato il segno. In questo film in particolare rivela l’inquietudine di una ricerca religiosa che non ha risposta, anzi l’unica risposta certa è la morte.
Un breve riassunto della trama
La vicenda si svolge nella Svezia a metà del XIV secolo. Il film ha come momenti caratterizzanti personaggi e incontri nel contesto storico della peste nera. Questa è vista come punizione divina, attesa spasmodica della fine del mondo, che richiede grandi penitenze, espiazioni e anche la ricerca di presunti responsabili (la strega che avrebbe avuto rapporti con il diavolo). La reazione della popolazione è religiosa, ma vissuta come fanatismo: processioni, autofustigazioni, le donne, quando considerate streghe, ne sono le prime vittime.
Al cavaliere Antonius Block di ritorno da dieci anni di crociate con il suo scudiero, appena giunto sulla spiaggia, si fa incontro un personaggio che indossa un mantello nero, con l'aspetto di un giudice. Si presenta come la morte che gli annuncia che è venuta a prenderlo con sè.
Tutto attorno è grigio, spento, pieno di ombre. La spiaggia stessa è buia, sassosa, priva di quella luce che vediamo nelle nostre spiagge, già nella natura c’è un preannuncio di morte.
Ma il cavaliere Antonius non accetta il suo destino, vuole combattere con la morte sfidandola a una partita a scacchi. Pensa possibile una sua vittoria o forse vuole solo guadagnare del tempo? Il tempo eventualmente sottratto alla morte a cosa può servire? La morte, stranamente, acconsente e la prima mossa segna il vero inizio del film il quale si svolge in una serie di incontri di vari personaggi, scene di vita e soprattutto grandi domande.
Forse questa partita a scacchi con la morte può essere una metafora, la stessa della vita umana che è un tentativo disperato di bloccare l'inevitabile. Il gioco degli scacchi è il tempo dentro il quale ogni uomo, non sempre in modo consapevole, disputa un incontro che si concluderà con uno scacco matto. Questa “partita” può essere molto breve o avere una durata quasi interminabile, ma ha sempre lo stesso vincitore in quanto non esiste la “patta”, cioè una partita in pareggio. Che cosa facciamo di questo tempo giocato con la morte? Ecco la vera domanda che dovrebbe emergere nei momenti di crisi e di passaggio.
Antonius Block È il protagonista attorno al quale si svolge tutto il dramma. Il momento più angoscioso, o se vogliamo, il più teologico, che svela la profondità dello smarrimento del cavaliere, si svolge in una chiesetta di campagna lungo la strada. Antonius sente il bisogno di confessarsi a un monaco nascosto dalla grata, ma non sa che il monaco in realtà è la morte, che, anche se lui non la vede come quando gioca la partita, gli è sempre vicina.
La profondità della sua angoscia si rivela nella lunga confessione che è fatta, quasi tutta, di domande alle quali non viene fornita dal monaco (morte) alcuna risposta. Il cavaliere infatti è un uomo di fede, ha persino combattuto e ucciso per la sua fede, ma è tormentato da domande e perciò quest’uomo medievale, proprio per la ricerca di risposte, è un personaggio di grande modernità.
Cosa chiede il cavaliere Antonius? Anzitutto vuole la certezza dell’esistenza di Dio, ma questa per lui si realizza solo se Dio gli mostra il suo volto nascosto. E se Dio non risponde, forse non esiste. Quindi, si chiede Antonius, perché io devo avere fede solo nella fede degli altri (neppure ai quali Dio si mostra e parla) che hanno i suoi stessi dubbi? Dio è presente con il suo silenzio, o forse proprio non esiste (così suggerisce la morte). Quindi la vita è un vuoto ed è senza speranza se c’è solo la morte in attesa. Ma, suggerisce la morte, molta gente non pensa né alla morte né alla vanità delle cose e questo può diventare un mezzo per sottrarsi all’angoscia.
La risposta data in modo un po’ ambiguo, appare un suggerimento che, comunque, è praticato dalla maggioranza della gente soprattutto oggi. Proprio da questo colloquio nasce il giudizio che questo film di Bergman è considerato un film sul silenzio di Dio che si pone sempre in ogni grande tragedia, ("dove era Dio nei campi di sterminio?") ma anche nella sofferenza di una persona ("Perché la malattia di un bambino innocente?").
Il silenzio di Dio si fa tragico perché non c’è la risposta alla domanda centrale: “chi farà giustizia per tutte le sofferenze, le tragedie del male sofferto da milioni di vittime, di oppressi?” È la domanda sul mistero del male a cui nessuno ha saputo rispondere. Se pure uno dice che la presenza del male è la dimostrazione della non esistenza di Dio non risolve il dramma di convivere con il male.
Il momento più drammatico e pure più tragico, ma forse il più vero, è il momento in cui il cavaliere è accanto alla strega, che sta per essere bruciata sul rogo, e le chiede cosa sta vedendo in questo suo momento: Dio, il diavolo o il nulla? Lo sguardo della giovane che sta per morire non rivela né Dio, né il diavolo e neppure il nulla, rivela sola la paura.
A ben pensare, quanto pesa oggi la paura? La paura più profonda di Block è che il cielo sia vuoto e che la fede sia solo un'illusione consolatoria senza risposte. Cerca la verità attraverso il dubbio e la riflessione intellettuale. Evidentemente non è la strada giusta se alla fine trova solo il silenzio.
Ma che cos’è il silenzio di Dio se non il senso di assenza o di mancata risposta del Creatore di fronte alla sofferenza, al male e alle preghiere dell'uomo? Ci saranno altre strade per incontrare o almeno sentire la voce di Dio?
Lo scudiero Jöns
Appare come uomo del nostro tempo anche lo scudiero Jöns che contrappone una visione del vivere completamente opposta a quella di Antonius. Cinismo e realismo sono i suoi riferimenti: godersi la vita e “sorridere alle ragazze”, non cerca Dio e non ha paura della morte. Nell’atteggiamento dello scudiero noi sappiamo che anche in quei secoli alla precarietà si cercava di fuggire vivendo in modo vitale. Ne sono rimasti testimoni nel Medio Evo i Carmina Buriana, raccolta di canti medievali goliardici dei clerici vagantes, risalenti già all’XI secolo (musicata da Carl Orff) nei quali si sfidava la morte esortando a godere della giovinezza e cercando il rifugio nei piaceri immediati, nel vino, nel gioco e nell'amore prima che la morte porti via tutto. L’inno internazionale della goliardia e degli studenti (“Gaudeamus igitur iuvenes dum sumus” - "Godiamo ordunque, mentre siamo giovani") è ripreso proprio da uno dei Carmina.
Non c’è dunque speranza?
Nel film l’unico motivo di speranza e di apertura alla vita è dato dalla famiglia di artisti (Jof e Mia). Il saltimbanco è colui che vive la vita come un gioco, un eterno bambino. Con il loro figlioletto la coppia appare quasi come una “santa famiglia” laica. La loro semplicità, la gioia che esprimono nello spettacolo, che parla anch’esso della morte ma in senso ironico, e il loro amore candido superano l'angoscia della fine. C’è forse qui il richiamo al passo evangelico nel quale Gesù afferma che “se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei Cieli”?
Jof e Mia danno vita a un legame puro e genuino con la vita terrena, fatto di piccoli frutti boschivi e momenti di idilliaca serenità che salvano l'umanità dal nichilismo.
In conclusione allora?
Il Settimo Sigillo è un film in bianco nero, cupo, con pochi momenti di luce. Colpisce, interroga, per cui può apparire lento, scarno nelle vicende. Un film magari destinato a persone anziane per le quali i temi toccati sono più presenti?
Al contrario, è il film delle grandi domande esistenziali: “sono qui, dove vado, perché la morte…?”. Ma la nostra supertecnologica civiltà ha saputo dare risposte convincenti? A ben guardare Il cavaliere non ha paura della morte, ha paura di aver vissuto una vita senza scopo pur combattendo e uccidendo per un ideale religioso.
Antonius Block non ottiene alcuna risposta certa, tuttavia il tempo guadagnato gli serve per compiere un ultimo atto concreto di generosità: distrarre la Morte per permettere alla famiglia del saltimbanco di salvarsi. Ma noi abbiamo uno scopo che possa dare significato alla vita? Il filosofo Umberto Galimberti in molti suoi interventi ripete che “per la prima volta nella storia della nostra umanità viviamo in un’epoca di mancanza di orizzonte di senso”.
Questo film è un bel punto di partenza, per chi ha le capacità, strumenti e passione per una esplorazione nel campo filosofico tra esistenzialismo e nichilismo, ma qui entro in un campo di cui sento non avere competenza e mi basta aver posto, ed essermi posto, qualche non piccola domanda.
Tra i vari dialoghi tra personaggi affiora il tentativo continuo di dialogo con Dio. Questo sforzo di dialogo esiste da quando c’è il cristianesimo, ma è sempre un dialogo silenzioso. Il silenzio di Dio, è vero, appare incomprensibile e per noi pure inaccettabile. Una risposta facile tuttavia ci solleverebbe dalla fatica di scavare dentro di noi e dentro la realtà. Ci tocca perciò fare fatica.
La “vera” risposta? Beh, avendo raggiunto una cosiddetta “venerabile” età non credo tarderà molto. Intanto, come il cavaliere, ma con meno angoscia, “mi chiedo” e “provo” a chiedere e a cercare risposte.
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30 agosto 2026