Ritorniamo ora al film
È stato girato dal regista svedese nel 1957, quando l’umanità era uscita da poco dalle tragedie della prima parte del secolo (la Shoah, la seconda guerra mondiale, l’esplosione delle due atomiche in Giappone). Il regista Ingmar Bergman, come già ricordato autore di autentici capolavori, nelle sue opere tratta in particolare i due grandi dilemmi dell'esistenza umana: l'angoscia spirituale e la complessità dei rapporti affettivi.
Per quanto concerne il suo rapporto con la religione, il regista è ateo, ma un ateo tormentato. Esprime il dolore di chi non crede, ma sente la mancanza di Dio. Si può dire di lui che è un “ateo religioso” (termine usato per qualche autore anche oggi?). Bergman inoltre non ha mai fatto mistero dell’importanza che per lui ha avuto la religione e non poteva che essere così in quanto è figlio di un pastore luterano, cresciuto in un ambiente educativo caratterizzato da un cristianesimo protestante, rigido che ha lasciato il segno. In questo film in particolare rivela l’inquietudine di una ricerca religiosa che non ha risposta, anzi l’unica risposta certa è la morte.
Un breve riassunto della trama
La vicenda si svolge nella Svezia a metà del XIV secolo. Il film ha come momenti caratterizzanti personaggi e incontri nel contesto storico della peste nera. Questa è vista come punizione divina, attesa spasmodica della fine del mondo, che richiede grandi penitenze, espiazioni e anche la ricerca di presunti responsabili (la strega che avrebbe avuto rapporti con il diavolo). La reazione della popolazione è religiosa, ma vissuta come fanatismo: processioni, autofustigazioni, le donne, quando considerate streghe, ne sono le prime vittime.