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Al cavaliere Antonius Block di ritorno da dieci anni di crociate con il suo scudiero, appena giunto sulla spiaggia, si fa incontro un personaggio che indossa un mantello nero, con l'aspetto di un giudice. Si presenta come la morte che gli annuncia che è venuta a prenderlo con sè. 
Tutto attorno è grigio, spento, pieno di ombre. La spiaggia stessa è buia, sassosa, priva di quella luce che vediamo nelle nostre spiagge, già nella natura c’è un preannuncio di morte.

Ma il cavaliere Antonius non accetta il suo destino, vuole combattere con la morte sfidandola a una partita a scacchi.  Pensa possibile una sua vittoria o forse vuole solo guadagnare del tempo? Il tempo eventualmente sottratto alla morte a cosa può servire? La morte, stranamente, acconsente e la prima mossa segna il vero inizio del film il quale si svolge in una serie di incontri di vari personaggi, scene di vita e soprattutto grandi domande.

Forse questa partita a scacchi con la morte può essere una metafora, la stessa della vita umana che è un tentativo disperato di bloccare l'inevitabile. Il gioco degli scacchi è il tempo dentro il quale ogni uomo, non sempre in modo consapevole, disputa un incontro che si concluderà con uno scacco matto. Questa “partita” può essere molto breve o avere una durata quasi interminabile, ma ha sempre lo stesso vincitore in quanto non esiste la “patta”, cioè una partita in pareggio. Che cosa facciamo di questo tempo giocato con la morte? Ecco la vera domanda che dovrebbe emergere nei momenti di crisi e di passaggio.

Antonius Block  È il protagonista attorno al quale si svolge tutto il dramma. Il momento più angoscioso, o se vogliamo, il più teologico, che svela la profondità dello smarrimento del cavaliere, si svolge in una chiesetta di campagna lungo la strada. Antonius sente il bisogno di confessarsi a un monaco nascosto dalla grata, ma non sa che il monaco in realtà è la morte, che, anche se lui non la vede come quando gioca la partita, gli è sempre vicina.

La profondità della sua angoscia si rivela nella lunga confessione che è fatta, quasi tutta, di domande alle quali non viene fornita dal monaco (morte) alcuna risposta.   Il cavaliere infatti è un uomo di fede, ha persino combattuto e ucciso per la sua fede, ma è tormentato da domande e perciò quest’uomo medievale, proprio per la ricerca di risposte, è un personaggio di grande modernità.

Cosa chiede il cavaliere Antonius? Anzitutto vuole la certezza dell’esistenza di Dio, ma questa per lui si realizza solo se Dio gli mostra il suo volto nascosto. E se Dio non risponde, forse non esiste. Quindi, si chiede Antonius, perché io devo avere fede solo nella fede degli altri (neppure ai quali Dio si mostra e parla) che hanno i suoi stessi dubbi?   Dio è presente con il suo silenzio, o forse proprio non esiste (così suggerisce la morte). Quindi la vita è un vuoto ed è senza speranza se c’è solo la morte in attesa. Ma, suggerisce la morte, molta gente non pensa né alla morte né alla vanità delle cose e questo può diventare un mezzo per sottrarsi all’angoscia.
La risposta data in modo un po’ ambiguo, appare un suggerimento che, comunque, è praticato dalla maggioranza della gente soprattutto oggi.  Proprio da questo colloquio nasce il giudizio che questo film di Bergman è considerato un film sul silenzio di Dio che si pone sempre in ogni grande tragedia, ("dove era Dio nei campi di sterminio?") ma anche nella sofferenza di una persona ("Perché la malattia di un bambino innocente?").