Non c’è dunque speranza?
Nel film l’unico motivo di speranza e di apertura alla vita è dato dalla famiglia di artisti (Jof e Mia). Il saltimbanco è colui che vive la vita come un gioco, un eterno bambino. Con il loro figlioletto la coppia appare quasi come una “santa famiglia” laica. La loro semplicità, la gioia che esprimono nello spettacolo, che parla anch’esso della morte ma in senso ironico, e il loro amore candido superano l'angoscia della fine. C’è forse qui il richiamo al passo evangelico nel quale Gesù afferma che “se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei Cieli”?
Jof e Mia danno vita a un legame puro e genuino con la vita terrena, fatto di piccoli frutti boschivi e momenti di idilliaca serenità che salvano l'umanità dal nichilismo.
In conclusione allora?
Il Settimo Sigillo è un film in bianco nero, cupo, con pochi momenti di luce. Colpisce, interroga, per cui può apparire lento, scarno nelle vicende. Un film magari destinato a persone anziane per le quali i temi toccati sono più presenti?
Al contrario, è il film delle grandi domande esistenziali: “sono qui, dove vado, perché la morte…?”. Ma la nostra supertecnologica civiltà ha saputo dare risposte convincenti? A ben guardare Il cavaliere non ha paura della morte, ha paura di aver vissuto una vita senza scopo pur combattendo e uccidendo per un ideale religioso.
Antonius Block non ottiene alcuna risposta certa, tuttavia il tempo guadagnato gli serve per compiere un ultimo atto concreto di generosità: distrarre la Morte per permettere alla famiglia del saltimbanco di salvarsi. Ma noi abbiamo uno scopo che possa dare significato alla vita? Il filosofo Umberto Galimberti in molti suoi interventi ripete che “per la prima volta nella storia della nostra umanità viviamo in un’epoca di mancanza di orizzonte di senso”.
Questo film è un bel punto di partenza, per chi ha le capacità, strumenti e passione per una esplorazione nel campo filosofico tra esistenzialismo e nichilismo, ma qui entro in un campo di cui sento non avere competenza e mi basta aver posto, ed essermi posto, qualche non piccola domanda.
Tra i vari dialoghi tra personaggi affiora il tentativo continuo di dialogo con Dio. Questo sforzo di dialogo esiste da quando c’è il cristianesimo, ma è sempre un dialogo silenzioso. Il silenzio di Dio, è vero, appare incomprensibile e per noi pure inaccettabile. Una risposta facile tuttavia ci solleverebbe dalla fatica di scavare dentro di noi e dentro la realtà. Ci tocca perciò fare fatica.
La “vera” risposta? Beh, avendo raggiunto una cosiddetta “venerabile” età non credo tarderà molto. Intanto, come il cavaliere, ma con meno angoscia, “mi chiedo” e “provo” a chiedere e a cercare risposte.
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30 agosto 2026