Questo sito utilizza esclusivamente cookies tecnici.

Mail redazione

  Scrivi un messaggio alla redazione o invia un articolo per la pubblicazione.

Appunti dalla visione del film “Odissea” di Nolan

di Antonio Boscato

Nel recente film del regista C. Nolan, a mio parere, una opinione condivisa da molti critici, il regista vede il personaggio Ulisse come un uomo che, con la sua intelligenza, astuzia e tecnologie del tempo è il vincitore di una guerra, ma rischia di perdere la propria umanità. Il viaggio di ritorno a Itaca pertanto segna a tutti gli effetti una profonda trasformazione interiore di questo personaggio che così riconquista la propria identità. Questo ritrovare sé stesso avviene con il superamento di tante prove: mostri, tentazioni (le Sirene), l’ostilità degli dei, tutto per ritrovare la strada del ritorno. Un percorso accompagnato da tanti sensi di colpa. 

L’effetto spettacolare con la nuova tecnologia Imax è senz’altro appassionante e spiega in parte il grande successo di pubblico e gli Oscar che quasi certamente arriveranno, perciò anch’io ho apprezzato la visione del film ma, ricordando bene per motivi di studio il poema omerico, porto qui la riflessione sul fatto che nel film rimane in secondo piano anzitutto la complessa psicologia che nel poema assume la figura del figlio Telemaco
Su questa lo psicanalista Massimo Recalcati ha costruito il “Complesso di Telemaco” contrapponendolo al “complesso di Edipo” creato da Sigmund Freud: “Mentre Edipo vive il padre come un rivale da abbattere, Telemaco attende e invoca il padre come punto di riferimento e simbolo di giustizia”. 

Lo scrittore e insegnante Alessandro D’Avenia in questo personaggio vede il percorso che attende ogni adolescente in cerca di identità, diviso tra il desiderio di crescere e la paura di agire. Telemaco tuttavia sceglie di agire, non aspetta il ritorno del padre passivamente, ma comincia il viaggio per primo. È un passaggio simbolico in cui il ragazzo accetta il rischio della vita adulta.

Accanto a Telemaco, la mia attenzione ha cercato di riconoscere quello che è il tema centrale del poema omerico, che non sono riuscito a riconoscere nel film. È il racconto del lungo e difficile viaggio di ritorno verso casa, una grandiosa rassegna di avventure ma piena di pericoli e di problemi. Nel poema di Omero, il tema del ritorno si definisce con la parola greca nostos (νόστος), che significa ritorno a casa o in patria. Un ritorno fisico di mare in mare e di isola in isola, in fondo per ritrovare la propria identità (re, sposo e padre). Questo viaggio in Omero diventa così una metafora della conoscenza umana e della ricerca di sé. 

Questo “volere ritornare” dell’eroe assume un valore universale perché una esperienza di ritorno è comune a tutti. Non è soltanto uno spostamento nello spazio fisico e nel tempo, ma è anche esercizio interiore che appartiene indiscutibilmente solo all’essere umano. In fondo possiamo correttamente dire che gli animali si spostano, l’uomo ritorna.

Se per Ulisse il lento e ostacolato ritorno a casa viene dopo la conclusione di una impresa, per noi il ritorno assume diverso valore a seconda di come lo viviamo.


Ritorniamo perché siamo partiti

Attenzione, partiti per un viaggio, non una vacanza! Il viaggio presuppone una partenza, come una vacanza del resto ma, mentre vacanza, nel suo significato etimologico è un periodo “stanziale”, come un tempo da riempire nel modo il più possibile piacevole, il viaggio è una scelta più complessa perché è generata anzitutto da uno scopo, l'obiettivo del nostro viaggio. 

Lo scopo si accompagna a una motivazione che è la quantità di energie e di risorse che noi investiamo nel raggiungerlo e questa ha a che vedere con qualcosa che appartiene alla nostra natura (siamo dei tipi un po’ curiosi, avventurosi, ricercatori di nuove conoscenze…). Questi sono gli elementi che accompagnano un viaggio importante.

E, alla fine, da un viaggio, ritorniamo a casa. Ci eravamo procurati prima i biglietti di andata e ritorno e, quindi, salvo imprevisti, del nostro viaggio conoscevamo la partenza, in dettaglio l’organizzazione dei giorni e perfino l’ora del ritorno. 


Il ritorno giudica il viaggio

Finalmente siamo ritornati a casa, abbiamo aperto la porta, deposto i bagagli e la nostra esclamazione viene spontanea: “Finalmente a casa!”. Oppure buttiamo lì un: “Peccato, già finito?”. Due espressioni che a interpretarle suggeriscono una differenza: il giudizio che noi diamo alla conclusione dell’impresa: “Meglio restare a casa!”  oppure: “sono ritornato ma magari potessi ripartire!”.
Senza che ce ne siamo immediatamente accorti, ogni viaggio importante ci ha cambiato e al ritorno lo stesso luogo, il “vicino”, la stessa casa per un po’ ci appaiono cambiati, non li ricordavamo proprio così. Non è cambiato là fuori, siamo cambiati noi. Se non altro perché facciamo dei confronti.

Un viaggio senza ritorno?

Partiti per ritornare è quello che avviene quasi sempre, ma ci sono tuttavia partenze che portano con sé il non ritorno, quando, per esempio un giovane adulto “se ne va da casa”, cioè “lascia la famiglia” (per lavoro, per una nuova famiglia…). Un ritorno è quasi sempre possibile, ma al momento della partenza non è messo in conto.

Una partenza libera: forse il mettere in conto di non tornare lo abbiamo scelto noi, abbiamo deciso di lasciare la sicurezza della famiglia per una nuova vita in cui dovremo affrontare delle prove. È un passaggio che tutti dovrebbero fare anche se oggi non è scontato. Poi, dopo delusioni o sconfitte, si va alla ricerca di un qualsiasi biglietto di ritorno ma non è detto che lo si trovi o che sia quello giusto.


Oppure la partenza ci è stata imposta.

Anche oggi c’è gente che “parte per la guerra”.
Mi viene alla mente la domanda dell’Alpino Giuanin, quello che aveva sempre freddo, al sergente Mario Rigoni Stern ne “Il sergente nella neve”: “Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?”  Ecco, questa domanda è quella che, senza probabilmente aver mai sentito parlare di Omero, più avvicina l’alpino al ritorno omerico. Una domanda che esprime speranza per il futuro, tuttavia una speranza molto incerta e allo stesso tempo carica di angoscia per il presente. Alla fine si ritorna soli, infatti Giuanin non è ritornato.

E quindi uscimmo a riveder le stelle”, così Dante conclude il primo viaggio come il ritorno alla luce da un viaggio di disperazione e di buio.
Si scrive molto ad esempio, sul “viaggio nella malattia”. “Finalmente respiro” si esclama quando un grave problema si è risolto bene.

Se siamo ritornati è perché prima siamo partiti

Il ritorno da un viaggio e il suo significato si possono comprendere con pienezza anche partendo dall’inizio. Da dove e perché siamo partiti?

Si è partiti per fuggire dal presente quando esso diventa una gabbia e partire è la sola promessa di libertà, che poi si rivela una illusione perché la gabbia ce la portiamo dentro.
Tutti abbiamo conosciuto, almeno a scuola, il poeta Giacomo Leopardi. Per entrare nel cuore della sua sofferenza è sufficiente leggere la sua celebre ode Le ricordanze. Egli ritorna a Recanati e, guardando il cielo stellato rivive i sogni i sogni della fanciullezza, confrontandoli al crudele presente: “e quante volte / questa mia vita dolorosa e nuda volentier con la morte avrei cangiato / Né mi diceva il cor che l’età verde / sarei dannato a consumare in questo /natio borgo selvaggio”.

 Si è costretti ad andare come nell’esperienza dell’esule: “Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e 'l salir per l'altrui scale”. Chi non mai sentito la celebre citazione di Dante?


Spesso si parte per allontanarsi dalla fame, dalla guerra, dalla schiavitù spinti dalla attesa di una vita diversa. Ogni epoca ha avuto le sue migrazioni ma quelle che vediamo nel nostro tempo assumono le dimensioni di un dramma epocale.

Oppure si parte per una missione eroica, sia essa religiosa, umanitaria, di ricerca scientifica.
Quasi sempre tuttavia per noi semplici viaggiatori nel tempo, più che da una motivazione nobile, semplicemente partiamo spinti dalla voglia di viaggiare.

Si parte per mettersi alla prova come chi si mette in cammino per il “Camino di Santiago” motivato dalla ricerca di una nuova autenticità. 

Un ritorno nella memoria

Con la memoria non ci si sposta da casa ma si viaggia, e come si viaggia! Viaggiare con la mente nel passato segna l’inizio di un viaggio dell’anima, o della memoria, come preferite.

Nel primo anno di lezioni di filosofia al liceo il professore (una figura che ricordo ancora benissimo anche se sono passati 68 anni) continuava a ripetere come un mantra la celebre espressione di Agostino: “In te ipsum redi. In interiore homine habitat Veritas”. “Ritorna in te stesso, la verità sta nella parte più interna di te”. Comprendo ora: è lì che devo fare il viaggio più importante, quello che è il viaggio di ricerca del senso del mio viaggiare o vagare nel tempo!

Per parlare di ciò che significa ritornare con e nella memoria vorrei partire da un bellissimo film che ho apprezzato e mi ha dato molti motivi di riflessione anche perché l’ho sentito profondamente mio: Il posto delle fragole del regista svedese Ingmar Bergman uscito nel 1957 (è visibile sul canale YouTube).
Il protagonista Isak Borg insigne professore viaggia in auto verso Stoccolma per ricevere il riconoscimento accademico della sua carriera. 
Guida la figlia e, quindi, attraversando i luoghi della sua infanzia, lo sommergono i ricordi, reminiscenze angoscianti (che lo tormentano anche nei sogni) in cui prevale soprattutto il rimpianto che si concretizza nella amara consapevolezza di una esistenza spesa nell’egocentrismo, nella freddezza emotiva e nella indifferenza verso il prossimo.


Questo profondo rimpianto non è solo nostalgia per la giovinezza perduta, ma un giudizio morale interiore che spinge il vecchio medico a fare i conti con i propri fallimenti affettivi prima della fine della vita (e non solo della carriera).

Nostalgia

Poiché sono partito dal film di Nolan vorrei concludere queste riflessioni sul tema che è profondamente omerico: la nostalgia.

Distinguo subito una falsa nostalgia, quella che I “vecchi” (che vanno distinti dagli “anziani”) in parte vivono nella memoria: il passato come nostalgia per una mitica “età dell’oro”: al mio tempo tutto era meglio, si viveva meglio, oggi siamo in piena decadenza. 
Non è così. Una vera nostalgia in tanti momenti l’abbiamo vissuta tutti. 

Nostalgia in questo caso è una sofferenza interiore dettata dal vivere una assenza. “Ma quanto mi mancate!” Così spontaneamente l’esprimiamo talvolta nei confronti di amici. “Ma quanto mi manchi!” indica un’assenza più profonda, che richiama un legame speciale, forse totale. “Quanto mi manca la famiglia!” È qui che tocchiamo l’essenza del desiderio che muove la nostalgia. Calipso aveva offerto ad Ulisse l’immortalità ma non era l’immortalità il più vero desiderio di Ulisse.

I luoghi, specialmente quelli vissuti più lontani nel tempo, sono le nostre radici e anch’essi sono portatori di nostalgia.
Hanno sempre lasciato in noi una impronta. La nostalgia dei luoghi si nutre del fatto che essi non sono semplici coordinate geografiche, ma sono “i nostri” luoghi, custodiscono i nostri i primi affetti, fanno nascere in noi emozioni profonde perché essi hanno contribuito a fondare la nostra identità.

Chi, specialmente in età avanzata, vive la perdita di una persona cara, coltiva la nostalgia attraverso i ricordi degli affetti e delle emozioni. Tuttavia la tentazione in questo caso è l’oblio ciò che tenta di fare la maga Circe perché è la memoria l’arma più potente per rimanere umani.
Tutto quello che oggi ci fa vivere in un totale presente senza la memoria (chi siamo, perché eravamo) è forse l’aspetto più disumanizzante nel nostro tempo. 


Un ritorno a casa?

“La vita è un viaggio”. Chi l’ha detto? Almeno una volta tutti. Un viaggio senza ritorno? Grande domanda! In qualche annuncio pubblico della morte di una persona cara si scrive (o si dice): “è ritornato alla casa del Padre”. Bella espressione in alternativa con la più frequente citazione dal Vangelo: “E giunta la sera, Gesù disse passiamo all’altra sponda”. Ci crediamo? Mah!

La figura che può raccordarsi con questa espressione è quella del Pellegrino, una figura che ci appare legata al medioevo anche se oggi, traendo ispirazione dal primo grande “Camino di Santiago” (Canterbury-Compostela), si scoprono innumerevoli “Caminos”, non solo verso i grandi centri religiosi ma anche luoghi resi celebri da santi, avvenimenti miracolosi. Insomma il Pellegrinaggio va di moda? 
Il vero “Camino” rappresenta una metafora della vita, una prova continua, non solo a livello fisico, ma anche a livello psicologico.
Il continuo cambiamento del paesaggio segna le tante tappe e sorprese della vita che richiede continui cambiamenti di prospettiva.

Trovo tutto questo nel salmo della Bibbia che io amo di più, il 122, che forse indica il vero ultimo ritorno. È cantato il grande ritorno del pellegrino (“via-andante” della vita):

Mi rallegrai quando mi dissero/ 
Andremo alla casa del Signore /
E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme!

Ogni cammino viene accompagnato da un augurio alla partenza. Proprio gli ultimi versi dello stesso salmo sono il vero augurio di “buon cammino” come si augurano gli scout quando si lasciano dopo una avventura di vita insieme:

Domandate pace per Gerusalemme: 
sia pace a coloro che ti amano, sia pace sulle tue mura, 
sicurezza nei tuoi baluardi.

Per i miei fratelli e i miei amici 
io dirò: «Su di te sia pace!».
Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene.

Che ad ogni viaggio ci sia sempre un ritorno in pace. Questo è l’augurio che "mi" faccio e che faccio a chiunque casualmente leggerà queste righe.

13/08/2026

Se vuoi scrivere all'autore o inviare i tuoi commenti Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.