Il ritorno giudica il viaggio
Finalmente siamo ritornati a casa, abbiamo aperto la porta, deposto i bagagli e la nostra esclamazione viene spontanea: “Finalmente a casa!”. Oppure buttiamo lì un: “Peccato, già finito?”. Due espressioni che a interpretarle suggeriscono una differenza: il giudizio che noi diamo alla conclusione dell’impresa: “Meglio restare a casa!” oppure: “sono ritornato ma magari potessi ripartire!”.
Senza che ce ne siamo immediatamente accorti, ogni viaggio importante ci ha cambiato e al ritorno lo stesso luogo, il “vicino”, la stessa casa per un po’ ci appaiono cambiati, non li ricordavamo proprio così. Non è cambiato là fuori, siamo cambiati noi. Se non altro perché facciamo dei confronti.
Un viaggio senza ritorno?
Partiti per ritornare è quello che avviene quasi sempre, ma ci sono tuttavia partenze che portano con sé il non ritorno, quando, per esempio un giovane adulto “se ne va da casa”, cioè “lascia la famiglia” (per lavoro, per una nuova famiglia…). Un ritorno è quasi sempre possibile, ma al momento della partenza non è messo in conto.
Una partenza libera: forse il mettere in conto di non tornare lo abbiamo scelto noi, abbiamo deciso di lasciare la sicurezza della famiglia per una nuova vita in cui dovremo affrontare delle prove. È un passaggio che tutti dovrebbero fare anche se oggi non è scontato. Poi, dopo delusioni o sconfitte, si va alla ricerca di un qualsiasi biglietto di ritorno ma non è detto che lo si trovi o che sia quello giusto.