Oppure la partenza ci è stata imposta.
Anche oggi c’è gente che “parte per la guerra”.
Mi viene alla mente la domanda dell’Alpino Giuanin, quello che aveva sempre freddo, al sergente Mario Rigoni Stern ne “Il sergente nella neve”: “Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?” Ecco, questa domanda è quella che, senza probabilmente aver mai sentito parlare di Omero, più avvicina l’alpino al ritorno omerico. Una domanda che esprime speranza per il futuro, tuttavia una speranza molto incerta e allo stesso tempo carica di angoscia per il presente. Alla fine si ritorna soli, infatti Giuanin non è ritornato.
“E quindi uscimmo a riveder le stelle”, così Dante conclude il primo viaggio come il ritorno alla luce da un viaggio di disperazione e di buio.
Si scrive molto ad esempio, sul “viaggio nella malattia”. “Finalmente respiro” si esclama quando un grave problema si è risolto bene.
Se siamo ritornati è perché prima siamo partiti
Il ritorno da un viaggio e il suo significato si possono comprendere con pienezza anche partendo dall’inizio. Da dove e perché siamo partiti?
Si è partiti per fuggire dal presente quando esso diventa una gabbia e partire è la sola promessa di libertà, che poi si rivela una illusione perché la gabbia ce la portiamo dentro.
Tutti abbiamo conosciuto, almeno a scuola, il poeta Giacomo Leopardi. Per entrare nel cuore della sua sofferenza è sufficiente leggere la sua celebre ode Le ricordanze. Egli ritorna a Recanati e, guardando il cielo stellato rivive i sogni i sogni della fanciullezza, confrontandoli al crudele presente: “e quante volte / questa mia vita dolorosa e nuda volentier con la morte avrei cangiato / Né mi diceva il cor che l’età verde / sarei dannato a consumare in questo /natio borgo selvaggio”.
Si è costretti ad andare come nell’esperienza dell’esule: “Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e 'l salir per l'altrui scale”. Chi non mai sentito la celebre citazione di Dante?