Questo sito utilizza esclusivamente cookies tecnici.

Mail redazione

  Scrivi un messaggio alla redazione o invia un articolo per la pubblicazione.
di Federico Fiorin
 
Il 22 febbraio ricorre l’ottantesimo anniversario della nascita di Alexander Langer, tragicamente e prematuramente scomparso il 3 luglio 1995. Insegnante, politico, saggista Langer è riconosciuto come il padre del movimento ambientalista italiano, nonché precursore di quel pacifismo che cerca di trovare nella non violenza, nel dialogo, nel rispetto per l’ambiente e nella convivenza la chiave per la risoluzione dei conflitti sia tra gli Stati sia interetnici.

Aiutato in questo suo percorso dalle particolari condizioni socio-geografico-culturali in cui è cresciuto e si è formato: era nato a Vipiteno nel Sudtirolo annesso all’Italia a seguito del trattato di Saint-Germain del 1919; era figlio di un medico viennese di religione ebraica e di una madre farmacista, sudtirolese e cattolica; era di lingua madre tedesca e da bambino tuttavia è stato iscritto all’asilo italiano per poter apprendere fin da piccolo la lingua italiana; ha studiato a Firenze dove si è laureato in giurisprudenza entrando in contatto anche con don Lorenzo Milani e don Ernesto Balducci; Langer ha avuto modo di confrontarsi fin dai primissimi anni di vita con le questioni legate all’identità, alla convivenza interetnica, all’autonomia.

Ma perché vale la pena ricordare la figura di Alexander Langer e tornare a riflettere e a confrontarsi con alcuni aspetti del suo pensiero politico?

E’ di qualche giorno fa la presentazione di un disegno di legge da parte del senatore del partito popolare sudtirolese (Svp), Meinhard Durnwalder, per l’annessione alla regione Trentino Alto Adige del comune vicentino di Pedemonte. La proposta succede ad un altro disegno di legge dello stesso senatore, per il ritorno alla regione del Trentino Alto Adige dei comuni veneti di lingua ladina Cortina d’Ampezzo, Colle Santa Lucia e Livinallongo. 

Ovviamente la proposta di legge, legittima nella forma, è sostenuta da ampie motivazioni storiche e culturali, ma nel merito riaccende una questione che ciclicamente ritorna a riecheggiare e ad animare il dibattito politico: l’autonomia e il principio di autodeterminazione delle comunità.

Come ricordato Alex Langer ha affrontato per esperienza diretta questi temi. Tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta il Sudtirolo è stato teatro di attentati da parte di gruppi di lingua tedesca, di matrice neonazista, che chiedevano l’indipendenza per il ricongiungimento con quella parte del Tirolo appartenente all’Austria. Queste rivendicazioni scaturivano dal fatto che, dopo la forzata annessione all’Italia, soprattutto durante il periodo fascista, quella terra ha dovuto subire una altrettanto forzata italianizzazione, mentre l’accordo De Gasperi – Gruber del 1946 ha incontrato diverse resistenze almeno fino al 1972, anno dell’entrata in vigore del secondo Statuto di autonomia. In quegli anni Langer si è fatto promotore di molteplici iniziative tendenti ad unire le tre etnie, tedesca, italiana e ladina, presenti in Sudtirolo. “Insieme a diversi amici comincio a capire – a metà degli anni ’60 – che forse un gruppo misto può essere la chiave per capire ed affrontare i problemi del Sudtirolo: sperimentare la convivenza in piccolo. Ci sentiamo impegnati contro gli attentati, per una giusta riforma dell’autonomia, per un futuro di convivenza e rispetto, nella conoscenza reciproca di lingue e culture. Ci sforziamo di fare in modo che le critiche ai tedeschi vengano formulate dai tedeschi, e viceversa”.

La necessità dunque di costruire una cultura della convivenza interetnica è al centro della riflessione sociologica e politica di Langer. La vera sfida è la scelta tra due approcci opposti, cioè l’esclusivismo etnico che si manifesta in nazionalismi, separatismi, pulizie etniche e guerre infinite, e la convivenza plurale che richiede pazienza, esperienze concrete, progetti condivisi e una cultura politica che valorizzi il dialogo. Langer insiste sul fatto che né l’assimilazione forzata, che respinge le identità, né la ghettizzazione, che invece le cristallizza trasformandole in opposizione, rappresentano modelli funzionali all’obiettivo di una pacifica, condivisa e ricercata convivenza. La soluzione invece è da ricercare in un equilibrio dinamico tra il diritto alla propria identità e la piena partecipazione alla vita comune.


Riprendendo una metafora di mons. Franjo Komarica, sino al 2023 vescovo di Banja Luka, città plurietnica a maggioranza serba in Croazia, Langer era solito dire: “un prato con molti fiori diversi è più bello di un prato dove cresce una sola varietà di fiori”. Così nello spiegare cos’era il Sudtirolo, Langer proponeva un modello da diffondere anche oltre gli stretti confini della provincia di Bolzano: “essere minoranza, senza per questo chiudersi in lamentele e nostalgie; coltivare le proprie peculiarità, senza per questo scegliere il ghetto e finire nel razzismo; sperimentare le potenzialità di una convivenza pluriculturale e plurietnica; partecipare a movimenti etnonazionali, senza assolutizzare il dato etnico; lavorare per la comunicazione intercomunitaria, a volte penso che tanti aspetti del futuro europeo potrebbero essere sperimentati e verificati in corpore vili, con grande profitto. Peccato che la politica dominante vada in direzione opposta”.

Il ruolo delle istituzioni in questo contesto è quello di garantire diritti collettivi per prevenire discriminazioni. La cornice giuridica ottimale a sua volta dovrebbe essere in grado di promuovere autonomie locali inclusive, dove tutte le comunità collaborino per il bene comune, sviluppando un senso di Heimat (identità) condiviso. In questo contesto le figure dei mediatori, “costruttori di ponti” o “saltatori di muri”, come li definiva Langer, sono indispensabili. Si tratta di persone che, pur radicate nella propria comunità, lavorano per aprire varchi, organizzare dialoghi, smontare pregiudizi. Langer li definisce “traditori della compattezza etnica” perché mettono in discussione i dogmi del proprio gruppo senza rinnegare le proprie radici. Il loro ruolo è prezioso perché tende ad evitare che le comunità cerchino sostegno in potenze esterne, alimentando così conflitti geopolitici. La violenza infatti rappresenta il punto di non ritorno, perché se si carica del suo peso di emotività collettiva, di simboli e memorie, può diventare incontrollabile. Per questo è necessaria una repressione sociale e politica immediata di ogni suo germe, accompagnata da un’etica condivisa del rifiuto della forza. 

Creare dunque le condizioni per una convivenza interetnica all’interno delle città, diventa una scelta irrinunciabile, soprattutto in una prospettiva di medio-lungo periodo caratterizzato da un preoccupante, e forse irreversibile, inverno demografico della popolazione indigena, a cui si contrappone una crescita costante di etnie provenienti da altre realtà. Potremmo rivendicare tutte le autonomie possibili ed inimmaginabili, aggrapparci a tradizioni storiche, culturali e linguistiche che hanno caratterizzato i secoli precedenti, cercare di arginare il fenomeno dell’immigrazione con tutti gli strumenti che il diritto internazionale ci mette a disposizione, ma se non riusciamo a porre le basi per una convivenza condivisa l’autonomia può diventare un principio reversibile, le cui priorità potrebbero poi venire determinate dall’etnia che ha sul territorio la maggioranza del momento. 


Al contrario la compresenza di etnie, lingue, culture, religioni e tradizioni diverse sullo stesso territorio, nella stessa città, deve essere riconosciuta e resa visibile. Gli appartenenti alle diverse comunità devono sentirsi che sono “a casa” e “di casa”, che hanno cittadinanza, che sono accettati e radicati. Il plurilinguismo, l’agibilità per le istituzioni religiose, culturali, linguistiche differenti rappresentano elementi importanti per una cultura della convivenza. Più si organizzerà la compresenza di lingue, culture, religioni, meno si avrà a che fare con dispute sulla pertinenza dei luoghi e del territorio a questa o quella etnia. “Abbiamo bisogno – scriveva Langer – di occasioni ed opportunità gratuite nella nostra vita, nella vita delle città e delle campagne. Può bastare poco: spazi per sedersi senza dover consumare, accesso al verde e al mare senza dover pagare un biglietto, acqua potabile alla portata di tutti, biciclette del comune che si possono prendere in prestito e restituire, un mercatino di scambio dell’usato. In una società dove tutto è diventato merce, e dove chi ha soldi può comprare e stare meglio, occorre la riabilitazione del “gratuito”, di ciò che si può usare ma non comprare”.

Il pensiero e la proposta politica di Alexander Langer appaiono dunque più attuali e contemporanei che mai. Lo stesso rovesciamento del motto olimpico citius, altius, fortius (più veloce, più alto, più forte), simbolo di una società ossessionata dalla competizione e dalla crescita illimitata, a cui Langer contrappone l’approccio alternativo del lentius, profundius, soavius (più lento, più profondo, più dolce) che offre una visione più sostenibile e umana del futuro, in cui il rispetto per la natura e la convivenza pacifica tra le diverse culture diventano i pilastri di una società davvero amica, sono concetti che verranno poi ripresi da Papa Francesco nel 2015 nell’enciclica Laudato si’, parlando della “rapidizzazione” della società moderna come di un fenomeno che distrugge sia gli ecosistemi sia le relazioni umane. Il tema della “casa comune”, centrale nell’enciclica, trova il suo corrispettivo nel concetto di Heimat, che per Langer rappresentava il luogo condiviso da proteggere e abitare in senso sostenibile. Langer partendo dalla sua esperienza sudtirolese, aveva elaborato una visione dell’ecologia come strumento di pacificazione tra gli uomini e i popoli, sostenendo che la difesa dell’ambiente e la costruzione di una convivenza pacifica rappresentavano le facce di una stessa medaglia. Per Langer l’ecologia non poteva limitarsi alla tutela dei paesaggi ma doveva includere la lotta per i diritti umani, la giustizia globale e la pace. Allo stesso modo per Papa Francesco la cura della casa comune richiede un nuovo patto sociale, basato sulla solidarietà e sulla responsabilità condivisa.


Se dunque il pensiero politico di Langer può ancora considerarsi attuale, quello che forse manca nella politica contemporanea, legata e condizionata dagli interessi macro economici e finanziari, è il coraggio di intraprendere scelte diverse. La politica cioè individua i problemi, ma poi affida la loro soluzione a scelte vecchie e obsolete. Questa angoscia tra un presente in rapida evoluzione e una incapacità delle istituzioni nel saperlo governare, ha probabilmente rappresentato l’elemento di rottura di Langer con il mondo, al punto da fargli affermare: “posso dire che rifuggendo drasticamente dai salotti e dalle persone che mi cercano in funzione di qualche mio ruolo, vivo come una delle mie maggiori ricchezze gli incontri – già familiari o nuovi che siano – che la vita mi dona. Vorrei continuare ad apprezzare gli altri ed esserne apprezzato senza secondi fini. Forse anche per questo converrà tenersi lontano da ogni esercizio di potere”.