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Riprendendo una metafora di mons. Franjo Komarica, sino al 2023 vescovo di Banja Luka, città plurietnica a maggioranza serba in Croazia, Langer era solito dire: “un prato con molti fiori diversi è più bello di un prato dove cresce una sola varietà di fiori”. Così nello spiegare cos’era il Sudtirolo, Langer proponeva un modello da diffondere anche oltre gli stretti confini della provincia di Bolzano: “essere minoranza, senza per questo chiudersi in lamentele e nostalgie; coltivare le proprie peculiarità, senza per questo scegliere il ghetto e finire nel razzismo; sperimentare le potenzialità di una convivenza pluriculturale e plurietnica; partecipare a movimenti etnonazionali, senza assolutizzare il dato etnico; lavorare per la comunicazione intercomunitaria, a volte penso che tanti aspetti del futuro europeo potrebbero essere sperimentati e verificati in corpore vili, con grande profitto. Peccato che la politica dominante vada in direzione opposta”.

Il ruolo delle istituzioni in questo contesto è quello di garantire diritti collettivi per prevenire discriminazioni. La cornice giuridica ottimale a sua volta dovrebbe essere in grado di promuovere autonomie locali inclusive, dove tutte le comunità collaborino per il bene comune, sviluppando un senso di Heimat (identità) condiviso. In questo contesto le figure dei mediatori, “costruttori di ponti” o “saltatori di muri”, come li definiva Langer, sono indispensabili. Si tratta di persone che, pur radicate nella propria comunità, lavorano per aprire varchi, organizzare dialoghi, smontare pregiudizi. Langer li definisce “traditori della compattezza etnica” perché mettono in discussione i dogmi del proprio gruppo senza rinnegare le proprie radici. Il loro ruolo è prezioso perché tende ad evitare che le comunità cerchino sostegno in potenze esterne, alimentando così conflitti geopolitici. La violenza infatti rappresenta il punto di non ritorno, perché se si carica del suo peso di emotività collettiva, di simboli e memorie, può diventare incontrollabile. Per questo è necessaria una repressione sociale e politica immediata di ogni suo germe, accompagnata da un’etica condivisa del rifiuto della forza. 

Creare dunque le condizioni per una convivenza interetnica all’interno delle città, diventa una scelta irrinunciabile, soprattutto in una prospettiva di medio-lungo periodo caratterizzato da un preoccupante, e forse irreversibile, inverno demografico della popolazione indigena, a cui si contrappone una crescita costante di etnie provenienti da altre realtà. Potremmo rivendicare tutte le autonomie possibili ed inimmaginabili, aggrapparci a tradizioni storiche, culturali e linguistiche che hanno caratterizzato i secoli precedenti, cercare di arginare il fenomeno dell’immigrazione con tutti gli strumenti che il diritto internazionale ci mette a disposizione, ma se non riusciamo a porre le basi per una convivenza condivisa l’autonomia può diventare un principio reversibile, le cui priorità potrebbero poi venire determinate dall’etnia che ha sul territorio la maggioranza del momento.