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Di Federico Maria Fiorin

 

Qualche giorno fa la stampa locale informava sul piano di rilancio dell’area di Campagna Festari, nel quartiere di Ponte dei Nori, a sud della città di Valdagno. Nell’articolo si specificava che il progetto di riqualificazione dell’area, proposto da una importante azienda che lì nei pressi ha la sua sede centrale, prevede “un unico centro integrato in grado di riunire la ricerca, i laboratori e la logistica intelligente. Non destinato, dunque, alla produzione”.  

L’Amministrazione comunale, assumendo un approccio che forse non si registrava da decenni, ha sottolineato come questo piano, che tecnicamente si configura come una variante urbanistica, “mette in gioco vari interessi che vanno tutti tenuti nella massima considerazione: quelli dei privati, quelli del quartiere di Ponte dei Nori e anche quelli della città, visto che dovranno nascere spazi e servizi a disposizione della collettività e quelli ambientali e dello sviluppo economico data l’ampiezza e le caratteristiche dell’area coinvolta”.  Se queste sono le premesse, tutto pare al momento impostato nel modo più corretto possibile.

L’impresa è legittimata a presentare proposte di sviluppo in grado di farla rimanere competitiva su un mercato in continua evoluzione; mentre la pubblica amministrazione, nella sua duplice veste di decisore e soggetto regolatore, è tenuta, prima di esprimersi, ad analizzare e a valutare tutti gli interessi dei soggetti coinvolti (stakeholder), eventualmente anche proponendo all’azienda interventi di mitigazione o la realizzazione di servizi pubblici a servizio dell’area e della collettività in generale.

Si ripropone a questo punto un problema ben noto, spesso divisivo, che se affrontato con un atteggiamento radicale dai soggetti coinvolti, rischia di aumentare le distanze, inasprendo le posizioni. Ci stiamo riferendo all’impatto sociale che un intervento urbanistico provoca nell’ambiente circostante, e che se non viene gestito fin da subito con tollerante razionalità, rischia a sua volta di sfociare in degrado urbano.

La teoria economica, privilegiando l’analisi di sistemi in cui l’equilibrio di mercato e i valori di scambio hanno un merito preponderante, si trova in difficoltà quando gli interessi sociali e quelli privati divergono. Tant’è che di fronte ad interessi divergenti l’economia ha introdotto il concetto di esternalità, ovvero quell’insieme di effetti, siano essi positivi o negativi, prodotti dall’attività economica di un soggetto e destinati ad influire sul benessere di un altro soggetto, senza che ci sia la mediazione del mercato, ovvero senza il pagamento di un prezzo che rifletta questo impatto.

Si pensi ad esempio alla riqualificazione di un edificio in un contesto urbanizzato: questo porta indirettamente benessere al quartiere, e ai proprietari degli immobili circostanti (esternalità positiva), così come per un apicoltore la presenza di un frutteto, non di sua proprietà, ma vicino al proprio alveare si traduce in un beneficio diretto per l’apicoltore. Al contrario la costruzione di una fabbrica in un’area attigua ad una zona residenziale produce rumore, inquinamento atmosferico, contaminazione delle acque e del suolo (esternalità negativa), così come una fabbrica posta vicino ad un alveare può rilasciare sostanze inquinanti nell’aria o nell’acqua che potrebbero avere un impatto negativo sulla produzione del miele o sulla stessa sopravvivenza delle api.

Nel caso che si sta affrontando rileva peraltro in maniera significativa una affermazione e una dichiarazione d’intenti espresse dall’azienda: il fatto che si voglia destinare l’area ad un progetto d’innovazione e di sviluppo sostenibile, a la contestuale intenzione di realizzare un parco pubblico di oltre 16mila metri quadrati con percorsi ciclopedonali, zone d’ombra e sistemi di raccolta delle acque piovane. Ed è proprio all’interno del perimetro del concetto di sviluppo sostenibile che l’Amministrazione pubblica può giocare un ruolo decisivo.

Il concetto di sviluppo sostenibile è oggetto di diverse interpretazioni; personalmente lo inquadrerei in queste quattro declinazioni che, con riferimento all’argomento in esame, possono rappresentare insieme una chiave di lettura e un suggerimento.

Esiste dapprima una sostenibilità ambientale: questa attenzione si traduce nel fatto che l’intervento sull’area deve tendere al contenimento del riscaldamento globale, alla riduzione delle emissioni di gas in atmosfera, all’utilizzo di materiali non nocivi per l’ambiente. In buona sostanza lo sfruttamento ambientale posto in atto dall’azienda deve prevedere una serie di esternalità positive in grado di non peggiorare la qualità della vita di chi vive nell’area circostante (persone, animali, piante).

C’è poi una sostenibilità culturale: l’intervento urbanistico posto in atto dall’azienda deve concorrere a mantenere vivo il legame dell’area interessata all’intervento con la sua storia; per riprendere il pensiero dell’economista inglese Kenneth Boulding “una società che perde la sua identità con la prosperità e che smarrisce la sua immagine positiva del futuro, perde anche la capacità di trattare i problemi correnti e si dissolve rapidamente”. In quest’ottica è importante che l’Amministrazione comunale sappia tenere fermo il punto della storia della città che rappresenta, rinunciando ad accordi di basso respiro al solo fine di favorire il mero interesse privato.

Ancora, c’è una sostenibilità morale: la legittima aspirazione al profitto non può giustificare profitti eccessivi che si tradurrebbero in un tentativo di sottovalutare gli aspetti ambientali, privilegiando così il semplice accrescimento della disponibilità dei beni materiali, ignorando le implicazioni in termini di qualità dei processi produttivi e di consumo. Infine c’è una sostenibilità sociale: nell’iconico testo “Economia del Benessere”, Arthur Pigou evidenziava l’esistenza di un gap fra costo sociale e costo privato che mette in discussione l’ottima allocazione delle risorse così come viene realizzata dal mercato.

Questo comporta che gran parte, se non la totalità dei costi sociali di un investimento, vengono poi scaricati di fatto sulla società, provocando l’effetto della “trasmissione intergenerazionale delle esternalità negative”. Cioè le generazioni future continueranno a pagare il prezzo, in termini sociali, di speculazioni edilizie che hanno prodotto sensibili danni ambientali. Da qui la proposta della tassa pigouviana, ovvero una sorta di tassa di compensazione, in grado di correggere gli effetti negativi e dannosi che le attività di produzione o di consumo di un soggetto economico hanno sui terzi.  Nel nostro caso una volta che si sia dato un valore economico all’investimento dell’azienda e all’area in cui l’investimento va a concretizzarsi, vanno individuate, o proposte, le esternalità positive che possono far rientrare l’intero investimento nel concetto di sviluppo sostenibile. Quindi bene la riqualificazione del complesso immobiliare già esistente, bene la realizzazione di un parco pubblico servito da percorsi ciclopedonali, ma poi andrebbe previsto dell’altro.

Per esempio la realizzazione di un’area ricreativo-sportiva- commerciale (ad esempio piscina scoperta, campo da beach volley, area giochi attrezzata, un piccolo laghetto artificiale, un punto per il noleggio di attrezzature sportive e un bar-ristorante) gestito direttamente dall’azienda investitrice, che quindi avrebbe anche la possibilità di diversificare le proprie attività e di creare nuove opportunità occupazionali (peraltro questa non sarebbe affatto una novità per Valdagno: la città sociale è stata realizzata da chi aveva un core business diverso, rispetto alle attività presenti nella città sociale), ma che se non altro, anche agli occhi dell’opinione pubblica, avrebbe la capacità di allontanare il rischio di moral hazard, ovvero l’idea della messa in atto di un comportamento sleale dell’investitore, che appunto verrebbe meno qualora lo stesso non si limitasse alla sola messa a disposizione per la comunità di un semplice parco pubblico, ma si rendesse invece disponibile ad investire direttamente, realizzando e gestendo servizi pubblici che sono utili alla città, e di cui un tempo la città ne era in possesso, o meglio ne aveva la disponibilità.